La porta del Tempio

Libera interpretazione esoterica di Pino Cangemi




La porta d’ingresso al tempio é uno dei simboli più silenziosi di tutta l’iconografia antica e di quella massonica. Pochi ne parlano dal punto di vista simbolico e iniziatico. Spesso é considerata solamente un arredo, poiché viene focalizzata maggiormente l’attenzione sui guardiani (guardiano della soglia, copritore interno od esterno…) che su di essa.

Ma dalla comprensione della sua sacralità e delle sue reali funzioni ne possiamo trarre invece un grande insegnamento. L’etimologia stessa della parola ci offre già una prima interpretazione; dal latino “porta” il cui significato originario indica un “passaggio”, un transito che porta da una condizione ad un’altra, come ad esempio dicevano i Pitagorici: il guadare un fiume da una riva all’altra.

Nella tradizione Egizio-Caldea questo passaggio era evidenziato da un simbolismo illuminante; infatti fra le due colonne all’ingresso del tempio veniva disteso un “velo”, simbolo del tessuto che occultava le grazie e il volto di Iside, depositaria dei segreti della natura e dei misteri iniziatici di quell’epoca. Ancora oggi a Pompei é possibile ammirare il tempio di Iside, con le due colonne di ingresso al tempio su cui veniva appeso il velo, quasi intatte.


Ecco il famoso “velo del Tempio” che circa duemila anni fa, si squarciò da cima a fondo così come descritto dai Vangeli nel momento in cui il Messia spirò sulla croce!

Quel velo era la porta d’ingresso al Tempio di Salomone. Attraverso quello squarcio, il Cristo permise a chiunque fosse un uomo libero e di buoni costumi, di sollevare quel velo, penetrare nel tempio, superare le prove e ricevere la Luce attraverso le iniziazioni, prima riservate solo a caste elettive e a pochi dignitari!

L’attraversamento di quel velo o di quella porta indica quindi un cambiamento interiore, un cambiamento di stato di consapevolezza che prevede, sempre secondo gli antichi guardiani, una preparazione adeguata alla sacralità del luogo. Sempre secondo gli Egizi-Caldei e successivamente ripresa da altri culti compresa la prima cristianità, prima di accedere al tempio bisognava purificare tutte le nostre corporeitá. A partire dal corpo fisico attraverso le abluzioni e i lavacri fino ad arrivare alla purificazione interiore tramite pratiche di invocazioni e meditazioni e per ultimo giungere alla purificazione dei locali per mezzo di suffumigi con olii essenziali e incenso. Addirittura in alcuni casi era richiesta la completa castità di almeno 24 ore prima di accedere al tempio.

Anche l’ermetismo ci invita ad una interessante riflessione relativa all’immagine della porta, rivelandola come una via, un percorso iniziatico. Sul basamento della porta ermetica di ingresso al tempio della Loggia del famoso Marchese Palombara, celebre alchimista e frates dei Rosacroce, si legge un iscrizione in latino che dice: SI SEDES NON IS, che vuol dire SE TI SIEDI NON VAI; indicando in tal modo a colui che è in procinto di entrare, che il Tempio è una via di costruzione, di trasformazione e di consolidamento della propria spiritualità. Il tempio è dinamico e non statico. Ma questa scritta rivela un ulteriore monito. Al momento di uscire del tempio dopo aver espletato il rituale, la scritta (appositamente palindroma) che appare agli occhi dell’adepto svela una nuova verità: SI NON SEDES IS, ovvero SE NON SIEDI VAI. Ad indicare che un fratello, quando esce dal tempio, non smette di essere un iniziato, non deve sedersi sulle proprie conquiste spirituali, sulle proprie certezze, sui propri allori, ma andare nel mondo a distribuire il proprio amore, il senso di unità e di fratellanza percepito nel tempio.


JACHIN E BOAZ

Sia in arte che in architettura, le due colonne sono simboli archetipali che rappresentano da tempo immemorabile il passaggio verso l’ignoto. Le mitiche colonne d’Ercole situate nello stretto di Gibilterra, secondo Platone rappresentavano la porta di accesso al regno perduto di Atlantide. Simbolicamente, significavano l’abbandono delle brutture del mondo, per intraprendere un viaggio verso l’illuminazione.

In Massoneria, i pilastri vengono chiamati Jachin e Boaz e rappresentano uno dei simboli più riconoscibili della Fratellanza, poiché questi sono i nomi dei due pilastri costruiti sotto il portico del Tempio di Re Salomone. Erano alti diciotto cubiti ed erano splendidamente decorati con ghirlande, melograni e trame varie. Sulla parte superiore di ogni colonna vi erano delle grandi coppe; una di queste conteneva il fuoco e l’altra l’acqua. Originariamente la coppa di fuoco, che sormontava la colonna di destra (Jachin), era il simbolo dell’uomo divino, mentre la coppa di acqua, che sormontava la colonna di sinistra (Boaz), rappresentava l’uomo terreno. Risulta facile intuire che le due colonne assumono la connotazione dell’espressione della dualità nei suoi vari aspetti: sole e luna, bene e male, luce e oscurità. E’ tra queste due caratteristiche che l’iniziato attraversa la porta che conduce al Grande Architetto dell’Universo. Queste due colonne trovano il loro equilibrio nella comprensione della dualità per eccellenza: maschile e femminile. Due poteri meravigliosi, spesso antagonisti nella storia dell’umanità, che trovano la loro realizzazione esclusivamente nella fusione delle loro caratteristiche spirituali al fine di generare un terzo aspetto, un figlio, un iniziato, un dio.

Secondo la cabala, questo è il vero significato arcano di Salomone rappresentato dalle due colonne del tempio Jachin e Boaz: “l’equilibrio umano richiede due piedi, i mondi gravitano per mezzo della legge di attrazione e repulsione di queste due forze, ma solo attraverso l’unione del maschile e del femminile, l’unione di Jachin e Boaz che si genera la terza colonna del tempio, che rappresenta il Logos che si fa carne.

Questo matrimonio sacro, sempre secondo la cabala, genererà il fuoco sacro (chiamato dalle tradizioni esoteriche orientali, Kundalini) che irradierà di luce divina le nostre corporeità. E’ allora che nascerà la terza colonna del Tempio che rappresenterà la saggezza formata dall’energia della forza, Jachin e della bellezza, Boaz. Questo atto costituisce la “Parola Perduta”.



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